giovedì 22 Gennaio 2026
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Balza sulla rivista “Conservation” lo studio di Andrea Mazzatenta sui cinghiali

VASTO. L’abbattimento dei cinghiali non è una strategia utile a ridurne il numero, anzi rischia di aumentarne la popolazione (Leggi).

È questa la conclusione centrale cui giunge lo studio del professore dell’Università di Chieti Pescara, Andrea Mazzatenta, dal titolo Wild Boar Management and Environmental Degradation: A Matter of Ecophysiology—The Italian Case (Gestione del cinghiale e degrado ambientale: una questione di ecofisiologia — il caso italiano).

Studio che, per il suo valore altamente scientifico, è stato pubblicato sulla rivista accademica “Conservation” dopo aver ottenuto il parere favorevole da parte di ben quattro esperti internazionali (referee), nonché dell’editor..

Con il docente di fisiologia abbiamo più volte analizzato il provvedimento in atto a Vasto adottato per fronteggiare la presenza invasiva degli esemplari che arrecano danni agli agricoltori e agli automobilisti (Leggi).

La ricerca, basata esclusivamente su dati ufficiali delle istituzioni italiane, analizza oltre vent’anni di politiche di controllo del cinghiale e mostra come l’intensificazione della caccia e degli abbattimenti non abbia fermato l’espansione della specie, ma ne abbia favorito la crescita.

Secondo lo studio, l’elevata pressione venatoria altera profondamente la biologia del cinghiale: gli animali reagiscono anticipando l’età riproduttiva, aumentando la fertilità e producendo più cucciolate nell’arco dell’anno. Il risultato è un’accelerazione demografica che trasforma una popolazione stabile in una popolazione in rapida espansione.

Un aspetto chiave riguarda la distruzione della struttura sociale. L’abbattimento delle femmine dominanti rompe i meccanismi naturali di controllo riproduttivo basati sulla comunicazione feromonale, liberando le femmine più giovani da ogni inibizione e moltiplicando le nascite. Un effetto opposto a quello atteso.

 La pubblicazione su Conservation dà rilievo internazionale a un messaggio chiaro ovvero che l’“emergenza cinghiali” non è solo il risultato della presenza della specie, ma anche delle modalità con cui viene gestita. Lo studio introduce il concetto di danno ambientale da cattiva gestione, sottolineando come interventi non scientificamente fondati possano destabilizzare ecosistemi e aggravare il conflitto tra uomo e fauna selvatica.

La ricerca conclude che il controllo del cinghiale non può basarsi esclusivamente sugli abbattimenti, ma deve puntare su un approccio scientifico integrato, capace di rispettare la biologia della specie, la sua organizzazione sociale e l’equilibrio degli ecosistemi. Un cambio di paradigma che, secondo gli autori, è ormai necessario non solo in Italia, ma ovunque la gestione faunistica continui a inseguire l’emergenza invece di prevenirla.

Lea Di Scipio