VASTO. Il 27 gennaio è una data necessaria. La Giornata della Memoria esiste per impedire che un fatto storico venga cancellato, negato o ridotto a semplice parentesi del passato. Ricordare significa mantenere viva la verità. Ma la memoria, da sola, non cambia la realtà.
Il ricordo conserva ciò che è stato, non corregge automaticamente ciò che è. Ogni anno il passato viene evocato con parole solenni e immagini potenti, mentre il presente continua a muoversi nella direzione opposta. La memoria illumina, ma non guida. Sta all’uomo decidere se trasformarla in coscienza attiva o lasciarla confinata a un rituale.
La realtà attuale mostra con chiarezza che l’uomo non ha smesso di dominare. Domina attraverso il potere, il linguaggio, l’esclusione. Domina gli altri uomini e l’ambiente che lo sostiene. Questo dominio viene spesso giustificato come necessità, sicurezza, progresso. In verità è una forma di miopia: ciò che nasce per affermare l’uomo finisce per indebolirlo.
La storia che ricordiamo il 27 gennaio non è un’anomalia irripetibile, ma il risultato estremo di una logica ben precisa: la riduzione dell’altro a oggetto, a numero, a problema. Pensare che quella logica appartenga solo al passato significa non riconoscerla quando riemerge sotto forme nuove, più accettabili, più silenziose.
Il vero pericolo non è la perdita della memoria, ma la sua neutralizzazione. Quando il ricordo non disturba più, quando non mette in discussione il presente, smette di essere uno strumento etico. La memoria dovrebbe inquietare, non consolare. Dovrebbe costringerci a guardare le contraddizioni del nostro tempo, non offrirci l’illusione di aver già imparato la lezione.
Il 27 gennaio non chiede solo di ricordare ciò che è accaduto, ma di interrogarci su ciò che stiamo facendo. Perché ricordare mantiene vivo un fatto; cambiare la direzione della storia, invece, resta una responsabilità umana. E continuare a dominare, oggi come ieri, significa preparare il danno di domani.
Savino Sarno



