mercoledì 4 Febbraio 2026
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Caso Costantini, Lorusso: «Anomalie sulla scena del crimine, questo non è un suicidio»

TERMOLI. A quasi cinque mesi dalla morte di Andrea Costantini, il macellaio trovato senza vita nella cella frigorifera del supermercato dove lavorava il 15 settembre 2025, il caso torna a esplodere con una forza che travolge la versione ufficiale. Quello che era stato archiviato come suicidio appare oggi, alla luce di nuovi elementi tecnici e documentali, un quadro incompatibile con qualsiasi dinamica autolesiva. La famiglia parla apertamente di omicidio con messinscena, e lo fa forte di un dossier che mette in fila anomalie, contraddizioni e omissioni investigative.
Il primo punto è l’arma. Le prime comunicazioni parlavano di un coltello “accanto alla mano”. Ma i verbali di sopralluogo raccontano altro: il coltello da 30 cm era dietro delle cassette, in una posizione che esclude la caduta naturale dopo un colpo autoinferto. Un dettaglio che da solo basterebbe a incrinare la ricostruzione iniziale.
Poi c’è la dinamica delle ferite. Due colpi al cuore attraverso i vestiti, senza sollevare la maglietta. Una sequenza che la letteratura forense considera praticamente inesistente nei suicidi: chi tenta un gesto estremo con arma bianca cerca il contatto diretto con la pelle e, soprattutto, difficilmente riesce a infliggere un secondo colpo dopo lo shock del primo. Qui, invece, la traiettoria e la profondità indicano un’azione decisa, continua, compatibile con la mano di un aggressore.


A rendere tutto ancora più sospetto è la scena del crimine. I registri elettronici attestano che Andrea stava lavorando fino alle 16:56. Eppure il banco di lavoro viene descritto come “ordinato e pulito”, quasi sanificato. Un paradosso: chi si appresta a togliersi la vita non si ferma a riordinare la postazione. Chi mette in scena un suicidio, invece, sì.
Infine, il nodo della videosorveglianza. La tesi della “vittima sola” si scontra con un dato tecnico: le telecamere non riprendevano l’interno della macelleria, lasciando ampi angoli ciechi. In quelle ore, chiunque avrebbe potuto entrare e uscire senza lasciare traccia visiva.

L’avv. prof. Piero Lorusso, legale della famiglia Costantini, non usa mezzi termini: “Siamo davanti a un caso che sfida ogni logica scientifica. Due fendenti profondi al cuore, attraverso i vestiti, in una cella frigorifera: è uno scenario che la letteratura forense non contempla. La cella non è stata il luogo di una scelta tragica, ma uno strumento per alterare la temperatura corporea e rendere incerta l’ora del decesso. Le incongruenze sulla posizione dell’arma e il banco miracolosamente in ordine sono la firma di una messinscena frettolosa”.

Lorusso punta il dito anche sul buco temporale di tre ore e mezza tra l’ultima attività registrata e il ritrovamento del corpo, e sulle chiamate “fantasma” che alcuni testimoni dichiarano di aver fatto, ma che non compaiono nei tabulati: “La famiglia Costantini non accetta una verità di comodo. La riapertura del caso per omicidio è l’unico atto di giustizia possibile”.