VASTO. Sabato 31 gennaio alle 18.30 presso la “Casa del Popolo” in Corso Dante a Vasto incontro con Renato Di Nicola. La tregua imposta a Gaza, presentata come un atto di pacificazione, porta con sé l’odore acre del colonialismo di sempre. Non è una pausa per la giustizia, ma un momento di riorganizzazione di rapporti di forza che continuano a negare al popolo palestinese terra, diritti e autodeterminazione. In questo scenario, l’azione degli Stati Uniti guidati da Trump contro il Venezuela non appare come un fatto isolato, ma come un ulteriore tassello di una strategia globale: accelerare, anche attraverso la forza militare, il processo di accumulazione per spoliazione.
Gli Stati Uniti, potenza in crisi economica e sociale, rispondono alle proprie contraddizioni interne con l’espropriazione sistematica di risorse altrui. Le terre palestinesi e il petrolio venezuelano diventano così simboli e strumenti di una stessa logica predatoria: risorse pubbliche sottratte ai popoli che le abitano e privatizzate per arricchire una ristrettissima élite globale. Un meccanismo che produce devastazione sociale e impoverimento diffuso, mentre concentra enormi ricchezze nelle mani di pochissimi.
Le privatizzazioni non sono mai semplici “riforme economiche”. Sono, nella sostanza, espropri di beni comuni. Cancellano diritti fondamentali, smantellano il welfare, trasformano bisogni essenziali in merci. Dove prima c’erano servizi pubblici, accessibili e garantiti, si impone il pagamento, l’esclusione, la competizione. La società viene frantumata, sostituita da una giungla sociale in cui vige la legge del “tutti contro tutti”. I più deboli pagano il prezzo più alto, mentre una minoranza accumula profitti e potere.
È per questo che il Venezuela ci riguarda. Non solo per solidarietà internazionale, ma perché il modello che viene imposto lì non è lontano da noi. La logica che muove gli Stati Uniti di Trump è la stessa che attraversa anche l’Europa e l’Italia: repressione del dissenso, militarizzazione della società, privatizzazione sistematica di ciò che resta del patrimonio pubblico. Cambiano i contesti, ma il copione è lo stesso. Si riducono gli spazi di democrazia, si criminalizza il conflitto sociale, si presentano come inevitabili scelte politiche che sono invece profondamente ideologiche.
Il governo Meloni si inserisce pienamente in questa traiettoria. Le politiche securitarie, l’attacco ai diritti sociali, il favore sistematico agli interessi privati a scapito di quelli collettivi non sono episodi scollegati, ma parte di una visione del mondo che considera la società come un mercato e i cittadini come consumatori o scarti. In questo quadro, la solidarietà tra i popoli diventa una minaccia, mentre l’individualismo competitivo viene elevato a valore.
Parlare di Gaza e del Venezuela significa quindi parlare anche di noi, del nostro presente e del nostro futuro. Significa rifiutare la narrazione che giustifica guerre, sanzioni e privatizzazioni come strumenti di progresso o sicurezza. Significa rivendicare il diritto dei popoli a decidere delle proprie risorse e delle proprie vite. E significa, soprattutto, ricostruire legami sociali e politici capaci di opporsi a un sistema che trae forza dalla divisione e dalla paura.
Perché contro l’accumulazione per spoliazione non bastano l’indignazione o l’analisi: serve organizzazione, confronto, partecipazione. Serve tornare a discutere insieme, nei luoghi collettivi, delle alternative possibili a un modello che produce solo disuguaglianza e violenza.



